Da avvocato, ho sempre ritenuto che la mia funzione principale sia la ricerca approfondita, settoriale e specifica, dei testi giuridici, la loro interpretazione, al fine di "piegarli" alle varie fattispecie concrete che mi si presentano, e la traduzione per iscritto delle mie teorie e argomentazioni giuridiche.
Così, per lavoro, io scrivo per gli altri.
Io scrivo, i clienti pagano.
A volte mi sforzo di commisurare la “bontà” dei miei scritti al corrispettivo che riceverò in cambio. Ma è difficile.
Ho due obiettivi: convincere il cliente che ho capito le sue ragioni; convincere i giudici che il mio cliente ha ragione.
Con un linguaggio ingannevolmente semplice. Con efficienza ed efficacia.
Creato il blog, sin dall’inizio ho realizzato che qui non ho alcun obiettivo di efficienza, nessuno mi paga, non ho alcun obbligo se non compiacere me stessa.
Sono al servizio di me stessa.
E questo è straordinario, eccitante, complicato, pericoloso, entusiasmante.
So per certo che anche con il blog devo convincere qualcuno di qualcosa.
Ma questa è questione mia personalissima.
Man mano, però, che il gioco è andato avanti, mi sono resa conto che le cose che scrivo, anche se non necessariamente “letterarie”, devono senz’altro corrispondere a dei canoni quanto meno di "normale tollerabilità linguistica".
Vagando per i blog, ho poi avuto la possibilità di incontrare persone che scrivono e creano soprattutto per gli altri.
Un po’ come faccio io nella mia professione.
Per cui i loro obiettivi, criteri di scrittura, di esposizione e di valutazione, appartengono a canoni che nulla hanno a che vedere con i miei.
E' pure vero, però, che per ogni creazione dell'intelletto (sia che provenga da un grande narratore, sia che provenga da un dilettante) c'è uno spazio intoccabile, dedicato a se stessi e al proprio flusso emotivo, intoccabile e non criticabile, ed uno destinato agli altri, al pubblico, suscettibile di critica, di modifica, di ritocchi, di verifiche, di miglioramenti.
Il confine tra l’uno e l’altro è sottile.
parole sparse
abbandonate sui fogli
sbiadite e intorpidite
come lucertole al sole
aspettano il vento
o una pioggia di fuoco
Ho seguito i vari Tiggì assai distrattamente per problemi di lavoro, ma mi pare di aver sentito che il nostro Presidente del Consiglio, On.le Silvio Berlusconi, abbia dichiarato, a proposito delle proteste annunciate contro il decreto Gelmini, che impedirà l'occupazione di Scuole e Università "con ogni mezzo".
Mi pare pure che non vi sia stata (ma posso sempre sbagliarmi) alcuna seria reazione a questa dichiarazione.
Bah...
"Giornali, televisioni, reti informatiche, film, libri e insomma tutti quei mezzi di comunicazione che nel loro complesso sono definiti "media" sono responsabili di quell'imbarbarimento collettivo che sembra essere uno degli aspetti più significativi e più deprimenti delle società contemporanee? Io penso di sì. Forse non si tratta di una responsabilità esclusiva e forse il sistema mediatico è un effetto e non una causa dell'imbarbarimento sociale. Ma non c'è dubbio che ci sia uno stretto rapporto tra la comunicazione di massa e la barbarie contemporanea, tra il declino della ragione e l'emergere d'una sfrenta emotività, tra la fatiscenza dell'etica e il predominio delle pulsioni egoistiche. Infine tra la progettualità del futuro e la ricerca d'una felicità immediata e precaria." [Il vetro soffiato - I media e la barbarie - E. Scalfari]
Io contribuisco all'imbarbarimento?
In realtà, questo topic intendevo dedicarlo all'underwear...
Traendo spunto dal compleanno della culotte (festeggia i 90 anni, pare) volevo rompere l'atmosfera "assai malinconica" degli ultimi topic, tanto detestata dall'anonima...
Poi ho letto l'articolo di Scalfari...
e mi sono sentita in colpa...
[Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l'erbe sanguigne
di lor vene, ove 'l nostro ferro mise
Petrarca - Canzoniere]
Mille spine
assediano
il mio cuore
Ostinati guardiani
della mia prigionia
Nessun vivente
Nessun rumore
Solo una lingua
impavida
potrebbe farsi strada
[C.N.]
Vi sottopongo quest'articolo che ho trovato nella mia posta:
"Il Blog tra diffamazione a mezzo stampa e stampa clandestina
di Leo Stilo
Il blog, almeno in origine, non rappresentava altro che una traccia di sé costituita da pensieri, opinioni, idee immessi in rete attraverso un sito web. Negli ultimi anni la diffusione di software ed interfacce user-friendly hanno consentito ad un pubblico sempre maggiore di postare/bloggare su internet. Da questo momento in poi la possibilità di pubblicare online si è tramutata da privilegio di pochi a diritto di tutti (www.wikipedia.org).
Oggi chiunque può creare facilmente uno spazio online in cui pubblicare informazioni ed opinioni senza la necessità di intermediari. Normalmente nei blog i lettori possono inserire dei commenti, creando delle appendici agli originari pensieri, in calce a quello che l'autore ha in precedenza pubblicato. Viene definito blogger colui che scrive e gestisce un blog, mentre l'insieme di tutti i blog viene detto blogsfera o blogosfera (www.wikipedia.org).
Non tutti i blog sono uguali: ci sono blog in cui il gestore ha un controllo preventivo su ogni inserzione pubblicata e ci sono blog in cui il gestore ha solo un controllo eventuale e successivo all'inserimento di contenuti da parte di soggetti terzi liberi di utilizzare quello spazio per esprimere le proprie opinioni.
Recentemente il mondo dei blog è stato al centro di alcune sentenze di merito che hanno provocato numerose discussioni non solo tra i blogger e gli utilizzatori di internet ma anche e soprattutto tra i giuristi.
La prima sentenza da segnalare, Tribunale di Aosta del 26 maggio
Le perplessità sollevate da autorevoli autori (D. Minotti in www.minotti.net, F.P.Micozzi in www.penale.it) verso le conclusioni contenute nella predetta sentenza sono state numerose. In particolare, quello che ha colpito l'interesse degli interpreti è stata l'assimilazione (analogia) blog = mezzo di stampa e blogger = direttore o vicedirettore responsabile dei mezzi di stampa con una chiara estensione al gestore di un blog di fattispecie penali ad esso non riconducibili se non in forza di un'analogia in malam partem.
La seconda sentenza da segnalare, Tribunale di Modica del 8 maggio
Il giudice giunge a tali conclusioni partendo dal fatto che al prodotto editoriale, per come definito dal comma 1 dell'art. 1 della L. n. 62/2001, si applicano le disposizioni di cui all'art. 2 della L. n. 47/1948, mentre i prodotti editoriali diffusi al pubblico con periodicità regolare e contraddistinti da una testata sono ulteriormente sottoposti agli obblighi previsti dall'art. 5 della medesima legge n. 47 del 1948.
L'obiezione avanzata dalla difesa di aver semplicemente pubblicato un "blog" inteso come diario di informazione civile ha offerto l'occasione al giudice di specificare che "diverso può essere l'uso che si fa del blog nel senso che lo si può utilizzare semplicemente come strumento di comunicazione ove tutti indistintamente possono esprimere le proprie opinioni sui i più svariati argomenti ed in tal caso non ricorre certamente l'obbligo di registrazione, ovvero come strumento tramite il quale fare informazione".
Dalla lettura delle predette sentenze, condivisibili o meno, una cosa appare chiara: i nuovi mezzi e la pluralità delle fonti di informazione oggi esistenti obbligano il legislatore e, prima ancora, la stessa collettività a ripensare in maniera profonda alla tradizionale distinzione tra chi fa professionalmente informazione e chi utilizza internet (dai blog a youtube) per esprimere la propria opinione. Il ripensamento, inoltre, non deve e non può più riguardare solo l'informazione da un punto di vista soggettivo (giornalista/persona comune) ma anche da un punto di vista oggettivo, ossia del contenitore della stessa informazione sia esso un periodico registrato o semplicemente un blog.
Oggi più che mai le parole che C. Esposito ha scritto in un saggio sulla libertà di manifestazione del pensiero (ediz. 1958) ritornano alla mente con la loro immutata forza: "Quando si afferma che la nostra Costituzione garantisce il diritto di manifestazione del pensiero in senso individualistico si intende dunque dire che esso è garantito al singolo come tale indipendentemente dai vantaggi o dagli svantaggi che possano derivarne allo Stato, indipendentemente dalle qualifiche che il singolo possa avere in alcune comunità e dalle funzioni connesse a tali qualifiche; si vuole dire che esso è garantito perché l' uomo possa unirsi all'altro uomo nel pensiero e col pensiero ed eventualmente insieme operare: i vivi con i vivi ed i morti con i vivi e non per le utilità sociali delle unioni di pensiero".
Elisewin tacque. Si calò sul viso un velo di seta, fece scivolare nelle mani del padre un foglio, piegato e sigillato, si voltò e andò incontro agli uomini che l’avrebbero portata sul vascello. …
Così Elisewin scese verso il mare nel modo più dolce del mondo …
Acqua che scivolava verso l’acqua, corteggiamento delicatissimo, le anse del fiume come una cantilena dell’anima. Un viaggio impercettibile. Nella mente di Elisewin, sensazioni a migliaia, ma leggere come piume in volo.
Ancora adesso, nelle terre di Carewall, tutti raccontano quel viaggio. Ognuno a modo suo. Tutti senza averlo mai visto. Ma non importa. Non smetteranno mai di raccontarlo. Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne, non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano.”
[Oceano Mare - Alessandro Baricco]
Vestiti neri per impedire
Che la luce raggiante del sole –
Delitto contro la morte –
Si avvicini
Nero dipinto sul cuore
Il tempo che strappa la pelle dalle dita
lasciando con le mani aperte
senza nulla da stringere
Occhi che non riescono più a piangere
Labbra arse dal fuoco del deserto
Che non hanno più la forza di
pronunciare la parola
Addio
[C.N.]
"Dolce amore mio,
la mia vita, quando non ci sei, non ha senso.
Ogni cosa che mi circonda sa di te e trascorro le mie giornate vagando
da una stanza all’altra, senza trovare pace.
Sei il mio pensiero costante.
Mi manchi da morire.
Torna presto.
Mille baci"
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"Lettere d'amore...
no, non ne scrivo più...
Preferisco la "corrispondenza epistolare empatica tra anime affini"
non credendo nell'amore
ma questo genere di corrispondenza richiede intelligenza viva
sensibilità, emotività, fantasia, rispetto, capacità di staccarsi dal corpo
e di ritrovarlo nei frammenti di parole
di vivere la vita come fosse una continua corsa sulla neve
di non aver paura dei naufragi e di non aver paura della morte
perchè le parole consentono di navigare senza nave e di volare senza ali
perchè le parole conferiscono somma potenza
se usate con pudore e con amore
ma sono tutte potenzialità e capacità
non facilmente riscontrabili e non riproducibili nella realtà (e nemmeno nella virtualità)
in ogni caso mai trovate da me"
Avevo preparato un pezzo su Facebook
su questa vetrina piuttosto evanescente ed inconsistente
sulle cose strane che mi sono capitate in quei luoghi
sulla mia "prepotenza d'approccio"
ma in questo momento
non voglio pensieri rumorosi
Battisti (- Mogol) - che ho sempre ritenuto il più gelido dei miei amori - è il più giusto in quest'occasione
"Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare
e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare
un sottile dispiacere
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
dove il sole va a dormire
Domandarsi perche' quando cade la tristezza
in fondo al cuore
come la neve non fa rumore
e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte
per vedere
se poi e' tanto difficile morire."