Solitari
urliamo
parole
nel vuoto
vuoto che
rimbomba
e colpisce
le pupille
[C.N.]
Solo e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggir, intenti
dove vestigio uman l'arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché negli atti d'allegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avvampi:
sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io con lui.
[dal Canzoniere di Petrarca]
Due stati d'animo apparentemente uguali, ma, in realtà, profondamente diversi.
Nel primo brano solo il vuoto dà contezza della percezione delle parole.
Petrarca, invece, è accompagnato dall'Amore e ragiona sempre con lui.
La sua è una solitudine non solitudine.
"lo sai che ti amo"
“non lo so, non voglio saperlo e, soprattutto, io non ti amo”
“perché?!”
“così”
“non ti amo e basta”
“allora ti lascio”
“solo perché non ti amo? è la scusa più banale di questo mondo ...
mi lasci perché non provo qualcosa che esiste solo sui libri?
sei ridicolo. gli uomini sono ridicoli.”
“ma io voglio essere amato, pretendo di essere amato!”
“io voglio dieci milioni di euro, pretendo dieci milioni di euro!
ma non ti lascio sol perché non li hai e non li avrai mai! eppure dieci milioni di euro sono molto più tangibili di un sentimento che non esiste!”
[dedicato ad Evalu]
Ed ora rubo la citazione ad anonimaqui... per un motivetto incantevole
da ballare a piedi nudi...
"Che cos'è l'amor
chiedilo al vento
che sferza il suo lamento sulla ghiaia
del viale del tramonto
all' amaca gelata
che ha perso il suo gazebo
guaire alla stagione andata all'ombra
del lampione san soucì
che cos'è l'amor
chiedilo alla porta
alla guardarobiera nera
e al suo romanzo rosa
che sfoglia senza posa
al saluto riverente
del peruviano dondolante
che china il capo al lustro
della settima Polàr
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi
dell'arco di San Rocco
ma s'appoggi pure volentieri
fino all'alba livida di bruma
che ci asciuga e ci consuma
che cos'è l'amor
è un sasso nella scarpa
che punge il passo lento di bolero
con l'amazzone straniera
stringere per finta
un'estranea cavaliera
è il rito di ogni sera
perso al caldo del pois di san soucì..."
Vinicio Capossela - Che coss'è l'amor
Di traversu supra u lettu a panza sutta
cu coddu pinnenti e i capiddi sciugghiuti finu a nterra
na lama di luna trasi du vitru da porta
e mi tagghia a schina
finennu supra u marmu
ogni tantu na lacrima si perdi nto scuru
senza fari rumuru
quannu sentu ca c'è qualcunu ca mi varda
isu a testa e a mezzu i cappiddi e i lacrimi
vidu l'occhi di nu jattu fissi supra a mia
scappu a pedi i fora nto barcuni
unni non po' rrivari anima viva
u tempu di nesciri fora
co jattu non c'era chiui
scumpariu
Sul letto a pancia in giù, con il collo penzolante e i capelli sciolti quasi fino a terra.
Una lama di luna attraversa i vetri della porta e mi taglia la schiena finendo sul marmo del pavimento.
Ogni tanto una lacrima silenziosa si perde nel buio.
Ad un tratto sento uno sguardo puntato addosso.
Sollevo la testa e tra i capelli e le lacrime vedo gli occhi di un gatto fissi su di me.
Mi alzo di scatto e corro nel balcone, chiuso da tutti i lati, isolato e irraggiungibile da essere vivente.
Il tempo di uscire e il gatto non c’è più… svanito nel nulla.
dolcissimo, ad assumere diverse sfumature, a creare atmosfere avvolgenti, più dell'italiano.
lo preferisco in siciliano.
In italiano mi appare gelido, quasi insignificante, come fosse una semplice fotografia di una stanza buia di notte con il corpo di una donna e gli occhi di un gatto.
In siciliano è un quadro.
Tra le mie carte ho trovato una lettera
con delle frasi davvero senza senso
Vuote al punto da risultare volgari
da ferire i miei occhi.
Giravo il foglio tra le mani
toccavo lo scritto con le dita
sperando di farlo rivivere.
No, non è il tempo a togliere significato alle parole
siamo noi che le deturpiamo
dopo averne abusato.
"Rispetto, tutti vogliono - chiedono - esigono Rispetto.
Ma nessuno lo porta".
Già.
Nessuno.
"Il figlio di Stalin le lasciava sempre sporche (le latrine). Agli inglesi non piaceva vedere le loro latrine sporche di merda, anche se si trattava della merda del figlio dell'uomo più potente della terra. Glielo rimproverarono. ... Il figlio di Stalin ha dato la sua vita per della merda.
Ma morire per della merda non vuol dire morire senza un senso. ... La morte del figlio di Stalin, invece, fu, nella generale stupidità della guerra, la sola morte metafisica.
La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all'uomo la libertà e, quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall'umanità.
Ma la responsabilità della merda ...".
(Milan Kundera - L'insostenibile leggerezza dell'essere)
BEH... MIO CARO KUNDERA... DISSENTO...
LA RESPONSABILITA' DELLA MERDA NON è DIVINA
MA
TUTTA UMANA
(questo è un vecchio topic che amo tanto... )
Parigi val bene una messa… in francese, possibilmente.
Potrei partire dall’inizio:
Lasciamo 36 gradi all’ombra a Catania ed il mare della “conca” Taorminese che definire uno smeraldo purissimo è decisamente riduttivo e troviamo 18 gradi, un cielo nero e la pioggia. E le mie ossa che, prese di “sorpresa”, decidono di non muoversi (in senso tecnico) per protesta.
O dalla fine:
Ferma per parecchi minuti in un bus surriscaldato, stracolmo di passeggeri per l’imbarco sul volo CDG-Fontanarossa nella pista dell’aeroporto parigino, stranamente assolata, chiuso e in attesa per non so quali ragioni di sicurezza, sento un bambino catanese che dice alla mamma: “Ho caldo posso togliermi le scarpe”? E la mamma:“No, a mammuzza, ca so fai ccà nni mazzi a tutti!”
(No, cuore di mamma, che se lo fai qui, ammazzi tutti)
O parlare del mezzo.
E nel mezzo c’è una Parigi che riflette una luce passata magnifica



e vive un presente opaco. Sbiadito.
Una Parigi che non ricorda più il romanticismo, ma la decadenza.
Donne e uomini assai trasandati, di pessime maniere, di scarsa eleganza e pulizia.
Una Parigi dal cuore chiuso, con pochi parigini e con molte altre facce, più o meno tutte uguali. Tutte dure alle stesso modo.
Anche i “Vu cumprà” che troviamo là non hanno nulla a che vedere con i nostri "cuggini".
Infine… inconsapevoli della loro decadenza, i Parigini credono ancora che il francese sia lingua universale.
Non si sono ancora resi conto che non sono diventati altro che una colonia.
Nella migliore delle ipotesi, una colonia di ciò che sono stati.
Meno male che c'è ancora il Crazy Horse! (Ma è francese?!)

Ecco una prima lista delle rilfessioni rovinose e delle terribili conclusioni derivate dall'innocente momentaneo piacere che Dida mia moglie aveva voluto prendersi. Dico, di farmi notare che il naso mi pendeva verso destra.
Riflessioni:
1^ - che io non ero per gli altri quel che finora avevo creduto d'essere per me;
2^ - che non potevo vedermi vivere;
3^ - che non potendo vedermi vivere, restavo estraneo a me stesso, cioè uno che gli altri potevano vedere e conoscere; ciascuno a suo modo; e io no;
4^ - che era impossibile pormi davanti questo estraneo per vederlo e conoscerlo; io potevo vedermi, non già vederlo;
5^ - che il mio corpo se lo consideravo da fuori, era per me come un'apparizione di sogno; una cosa che non sapeva di vivere e che restava lì, in attesa che qualcuno se la prendesse;
6^ - che, come me lo prendevo io, questo mio corpo, per essere a volta a volta quale mi volevo e mi sentivo, così se lo poteva prendere qualunque altro per dargli una realtà a modo suo;
7^ - che infine quel corpo per se stesso era tanto niente e tanto nessuno, che un filo d'aria poteva farlo starnutire, oggi, e domani portarselo via.
CONCLUSIONI:
Queste due per il momento:
1^ - che cominciai finalmente a capire perchè Dida mia moglie mi chiamava Gengè;
2^ - che mi proposi di scoprire chi ero io almeno per quelli che mi stavano più vicini, così detti conoscenti, e di spassarmi a scomporre dispettosamente quell'io che ero per loro.
Pirandello - Quaderni di Serafino Gubbio operatore -
[dedicato a Remy]