Dobbiamo imparare a capire quando è il momento di tacere
Vale per tutti
E non è facile
Potrei far riferimento a fatti di cronaca attuali e toccanti in cui i giornalisti sembrano impazziti
Ma so che anch'io eccedo spesso nell'uso delle parole
La mania di protagonismo rischia di prenderci la mano
E il blog, dove siamo soprattutto parole, è strumento pericolosissimo
(penso sia necessario aggiungere un pensiero con destinazione specifica ad alcuni bloggers in modo che si chiariscano le idee: non consento più di tre errori, nella vita e nella virtualità, ed il fatto che spesso reagisca con eleganza e apparente noncuranza non significa che non conosca e non possa avvalermi delle maniere forti)
Quarantaquattro.
Niente bilanci. Quelli li faccio ogni giorno.
Un'unica considerazione.
La nostra vita deve contenere solo ciò che vogliamo.
Anche cianfrusaglie di pessimo gusto.
Ma dobbiamo sceglierle noi.
E devono riscaldarci il cuore.
Il resto, nella pattumiera.
"Senti quella pelle ruvida
Un gran freddo dentro l'anima
Fa fatica anche una lascima a scendere giù
Troppe attese dietro l'angolo
Gioie che non ti appartengono
Questo tempo inconciliabile gioca contro di te
Ecco come si finisce poi
Inchiodati a una finestra noi
Spettatori malinconici di felicità impossibili
Tanti viaggi rimandati e già
Valigie vuote da un'eternità
Quel dolore che non sai cos'è
Solo lui non ti abbandonerà... mai, oh mai
È un rifugio quel malessere
Troppa fretta in quel tuo crescere
Non si fanno più miracoli
Adesso non più
Non dar retta a quelle bambole
Non toccare quelle pillole
Quella suora ha un bel carattere
Ci sa fare con le anime
Ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi
L'energia, l'allegria per strapparti ancora sorrisi
Dirti sì, sempre sì e riuscire a farti volare
Dove vuoi, dove sai senza più quel peso sul cuore
Nasconderti le nuove, quell'inverno che ti fa male
Curarti le ferite e poi qualche dente in più per mangiare
E poi vederti ridere e poi vederti correre ancora
Dimentica, c'è chi dimentica distrattamente un fiore una domanica
E poi silenzi
E poi silenzi
Silenzi
Nei giardini che nessuno sa si respira l'inutilità
C'è rispetto grande pulizia, è quasi follia
Non sai com'è bello stringerti
Ritrovarsi qui a difenderti
E vestirti e pettinarti sì e sussurrarti non arrenderti
Nei giardini che nessuno sa quanta vita si trascina qua
Solo acciacchi piccole anemie, siamo niente senza fantasie
Sorreggili, aiutali, ti prego non lasciarli cadere
Esili, fragili non negargli un po' del tuo amore
Stelle che ora tacciono, ma daranno un senso al quel cielo
Gli uomini non brillano se non sono stelle anche loro
Mani che ora tremano perché il vento soffia più forte
Non lasciarli adesso no, che non li sorprenda la morte
Siamo noi gli inabili che pur avendo a volte non diamo
Dimentica, c'è chi dimentica distrattamente un fiore una domanica
E poi silenzi
E poi silenzi
Silenzi "
[Nei giardini che nessuno sa - Renato Zero]
Le mie labbra
mai ti diranno
T'amo
Né potranno mai scrivertelo
le mie dita
perché
T'ama troppo
il mio cuore
per renderTi
reale
"Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca."
[Me gustas cuando callas... Neruda]
La delusione è figlia dell'aspettativa.
Quando, poi, diventa uno status, è disincanto.
Credo di essere affetta da disincanto - virus che mi obbliga a percepire la realtà senza il filtro della fantasia.
Eppure c'è una parte di me che si ribella.
[Canzone di oggi: Bob Dylan - Just Like a Woman]
Se anche Fidel Castro ha fatto il suo tempo
sono certa che arriverà il momento
pure per me - perfetta - di invecchiare
e per questo blog
di chiudere.
Che malinconia.
Tredici anni, capelli ricci, castani, che le coprivano la fronte, guance sempre rosse, spalle ossute, corpo agile e abituato alla campagna.
Accompagnare il gregge al pascolo e fare da guardia, insieme all’amico Billy (*), non era poi così difficile.
Sempre meglio che stare appresso a suo fratello nei campi.
Occorreva solo non distrarsi troppo e trovare come passare il tempo.
Da sola. Lei e la campagna.
A primavera tutto era più semplice.
La natura le sorrideva e le faceva compagnia.
Di solito si sedeva sotto un albero e si metteva a pensare o a canticchiare, mentre con un filo d’erba si metteva a “sconcicare” qualche insetto e a scommettere sul suo percorso.
Ma l’invero era duro.
I vestiti non erano mai sufficienti a proteggerla dal freddo e non poteva stare troppo ferma o seduta, perché rischiava di congelarsi.
Accendere il fuoco era impresa ardua.
La legna era spesso umida, se non addirittura bagnata, e a volte non riusciva nemmeno spezzarla per quanto aveva le mani fredde.
Il rientro, poi, era la fase più difficile.
Le giornate erano corte e con il buio aumentava il rischio che qualche pecora si smarrisse.
Un pomeriggio cominciò a piovere.
Il cielo era stato cupo e minaccioso fin dal mattino ed Esterina temeva, con angoscia, che da un momento all’altro arrivasse una tempesta.
Così alle prime gocce di pioggia si fece aiutare da Billy per radunare le pecore e fare ritorno.
La pioggia, però, diventò presto insistente e fitta.
Esterina a stento vedeva il viottolo dove poggiare i piedi, guidata più dall’esperienza che dalla luce.
Percepiva solo il belato e Billy che abbaiava di continuo.
Arrivarono al recinto.
Suo fratello l’aspettava all’ingresso.
Contò le pecore. Ne mancava una.
Esterina conosceva le regole.
Suo fratello imprecò, bestemmiò, urlò.
“Trova la pecora o in casa non entrerai”
Pioveva oramai a dirotto, non si vedeva né cielo né terra, ed Esterina esitava.
Allora suo fratello la strattonò per un braccio e le assestò un calcio che la fece alleggerire di tutta l’acqua di cui erano inzuppati i suoi vestiti.
Tornò indietro con Billy, cadde nel fango, si rialzò, risalì tutta la collina, piangendo e maledicendo la sua vita e suo fratello, nell’oscurità.
L’acqua e le lacrime oramai si confondevano sulle guance, senza tregua.
Finchè sentì un belato.
La bestiola si era impigliata fra le frasche.
Billy cominciò ad abbaiare e a girare intorno alla pecorella, finchè la liberarono.
Tornando a casa Esterina non sentiva più la pioggia nè le ferite che s’era procurata cadendo.
Un solo pensiero che era anche un sogno fallace:
“Mi sposerò e sarò finalmente libera”.
"Mi ami?"
"Certo che ti amo!"
"Scusa, ma che risposta è: Certo che ti amo!"
"Se ti avessi chiesto 'hai freddo'? Avresti risposto sì, no, un po', affatto..."
"Ma cara, non posso non amarti!"
"Non puoi non amarmi? Chi o cosa ti costringe ad amarmi?"
"Ma cara, intendevo dire che sei perfetta e, quindi, non posso non amarti!"
"E da quando sarei perfetta?"
"Ma come, non lo dici anche tu che sei perfetta?"
"Sì, ma tu mi hai sempre presa in giro quando l'ho detto"
"Tu non credi affatto sia perfetta e, dato che non mi reputi perfetta, non ha senso sostenere che non puoi non amarmi per la mia perfezione e, quindi, hai mentito anche quando hai detto: Certo che ti amo!"
"Basta stupri. Giù gli obelischi.
Fine dei sigari e degli hooligan. Scienziati inglesi producono sperma dal midollo spinale femminile.
E rinasce l'utopia di un mondo solo di donne".
"La scienza non smette di prendere in contropiede la fantascienza. ...
Lo fa di nuovo oggi, con i ricercatori dell'Università di Newcastle, i quai dichiarano di essere pronti a trasformare il midollo spinale di una donna in sperma, escludendo l'elemento maschile dal ciclo riproduttivo. Di più, in questo tipo di sperma mancherebbe il cromosoma Y e, quindi, la procedura comporterebbe la nascita di una nuova stirpe umana, integralmente al femminile."
(da L'Espresso - di Mauro Covacich)
Per indurre un uomo a scrivere cose che non avrebbe mai il coraggio di pronunciare, e forse nemmeno pensare, non occorre una cena o un letto o una chat o un blog o una corrispondenza epistolare.
Basta solo mettergli tra le mani un cellulare e superare la sua iniziale riluttanza per gli sms.
Allora potrebbe arrivare a "digitare" pensieri che rinnegherà a se stesso e agli altri per il resto dei suoi giorni.
E a volte si può essere anche fortunati ad esserne destinatari.
"Le nostre vite
così inutilmente
dolorose
così lontane
eppure
scorrono
insieme
aderenti"
Lombardia
Qui l'arpa della pioggia per mesi suonera'
ed un'infinita' di nebbia scendera'
e vedrai coprira' tutto intorno a noi
e anneghera' il tuo cuore anche se non vuoi
perche' d'autunno piove qui e non smette mai
se vieni su da me vedrai ti abituerai
in Lombardia che e' casa mia
Vedrai la cattedrale che sembra una montagna
con mille guglie bianche che la luna bagna
e dei diavoli in pietra che sputano alle stelle
e che graffiano il cielo con gesti di zitelle
son secoli che fanno le stesse smorfie ormai
se vieni su da me vedrai ti abituerai
in Lombardia che e' casa mia
Qui il cielo e' cosi' grigio che sembra venga giu'
qui il cielo e' cosi' basso che insegna l'umilta'
e' cosi' grigio che il naviglio anneghera'
e' cosi' basso che il naviglio non c'e' piu'
il vento qui si invita ai funerali sai
se vieni su da me vedrai ti abituerai
in Lombardia che e' casa mia
Ma quando il primo fiore dal fango nascera'
e fra le ciminiere il pioppo cantera'
capirai che a novembre noi dobbiamo pagare
quel che maggio promette e giugno ci puo' dare
fra i grattacieli e i tram l'estate scoppiera'
se vieni su da me vedrai ti piecera'
la Lombardia che e' casa mia
(Pagani - Brel)